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Affreschi Cappella Monte dei Morti - Parracchia di S.Elpidio








La Cappella del Monte dei Morti in Casapulla "tra fede arte".

Edizione predisposta per la mostra fotografica, degli affreschi del "Monte dei Morti", nella cappella di "Santa Croce".
A cura di:
Prisco Lucio Sorbo e Peppe Trepiccione
Fotoritocchi di Giovanni Granatello
Hanno Collaborato:
Paolo Fortunato
Pietro Granatello
Gerardo Natale
Luigi Munno

Si ringrazia il
CENTRO DIAGNOSTICO CASERTANO E LA COLDIRETTI



Indice:






Presentazione :

E' un piacere presentare la mostra dedicata agli affreschi della Cappella del Monte dei Morti fatti da Tommaso Giaquinto, artista irpino e allievo di Luca Giordano, che visse e operò in Campania tra le seconda metà del XVII e l'inizio del XVIII secolo e che, a Casapulla, ha lasciato alcune delle opere più pregevoli e significative.
Il piacere nasce dalla consapevolezza che l'evento contribuisce a diffondere, nella nostra comunità, la conoscenza del ricco patrimonio di cui è depositaria.
L'iniziativa si cala nella splendida cornice della Cappella di Santa Croce (dove rimane allestita per tutto il periodo natalizio), offrendo la testimonianza di un mirabile intreccio tra arte e fede. Accompagnare la mostra con un catalogo è parso necessario: per lasciare un ricordo ai visitatori e per consentire loro una migliore lettura delle opere e una più approfondita conoscenza dell'attività di uno degli interpreti della produzione che si inserisce nel filone della "bibbia dei poveri".
La "guida" dettagliata, precisa, ricca di informazioni che ci viene offerta da don Felice Provvisto, fine conoscitore della storia, delle tradizioni e dell'arte locale, contribuisce a rendere fruibile a tutti il "viaggio" attraverso le opere custodite nella Cappella del Monte dei Morti della Chiesa di Sant'Elpidio.
Non solo. Il piccolo ma interessante volume è un ulteriore strumento per valorizzare e far apprezzare il nostra territorio.
Per questo, sento il bisogno di ringraziare, il Centro Diagnostico Casertano e la Coldiretti, che hanno reso possibile l'intera operazione; l'Associazione degli Accollatori di Sant'Elpidio, per aver dato ospitalità all'evento; e don Andrea Monaco, che ne ha permesso la realizzazione, permettendo la fotografia delle opere.

Prisco Lucio Sorbo






Saluto:

Accogliere la mostra incentrata sugli affreschi della Cappella del Monte dei Morti è un onore. Con questo spirito che l'Associazione Accollatoli di Sant'Elpidio si è adoperata per la buona riuscita dell'iniziativa che ci accompagnerà per le feste natalizie.
Il risultato è piacevole per noi e per l'intero paese perché consente di dare visibilità a un pittore a cui si devono i notevoli affreschi che abbelliscono la Cappella del Monte dei Morti della chiesa di Sant'Elpidio, e, nel contempo, di valorizzare Casapulla.
La mostra infatti torna ad accendere i riflettori sulla Cappella di Santa Croce, un piccolo gioiello della nostra architettura, restituito solo di recente e dopo un lungo e laborioso restauro, alla comunità locale.
II grande sforzo compiuto per rendere la struttura nuovamente fruibile ai fedeli e ai visitatori acquisisce un valore più profondo, se apriamo le sue porte, oltre che per le celebrazioni religiose, a eventi culturali, capaci di destare curiosità, attenzione e interesse.
Come accade in questa occasione, in cui la cappella accoglie le immagini di un pittore che sa abilmente usare l'arte per trasmettere e diffondere la fede.

Peppe Trepiccione



Cenni storici sulla cappella del Monte dei Morti nella chiesa parrocchiale di S. Elpidio in Casapulla

A cura di Felice Provvisto - Dicembre 2008



Entro i primi tre decenni del Seicento i fedeli di Casapulla, per rendere ancor più vivo il culto verso i defunti, deliberarono di erigere a proprie spese, all’interno della chiesa parrocchiale di S.Elpidio, una cappella dedicata a S. Michele Arcangelo e all’Angelo Custode che, secondo la pietà popolare, dopo S. Giuseppe sono i patroni della “buona morte”. Dell’iniziativa si fecero promotori tre sacerdoti casapullesi: don Onofrio Cecere, don Ottavio Natale e don Fabio de Lise, affiancati nella loro opera dalla nascente Confraternita di S. Maria del Suffragio detta del Monte dei Morti.
Nel 1635 la fondazione risultava realizzata in parte e con una modifica non irrilevante; invece di una cappella fu eretto un semplice altare, laddove oggi è l’ingresso alla cappella o santuario di S. Elpidio, dedicato non più a S. Michele Arcangelo e all’Angelo Costode ma alla Madonna delle Grazie, colei che tradizionalmente viene ritenuta dai cristiani potente liberatrice delle anime dalle pene del Purgatorio, e perciò invocata anche come S. Maria del Suffragio o S.Maria del Purgatorio. Sotto il nuovo altare, ad angolo con l’ingresso alla preesistente cappella del SS. Corpo di Cristo, fu scavata anche una cripta per la sepoltura dei Confratelli del Monte.
E’ noto che nel 1656 una terribile epidemia di peste devastò gran parte dell’Italia, decimando in particolare ben due terzi della popolazione del Meridione. Unanime fu allora la richiesta di aiuto rivolta all’Altissimo dalla comunità dei superstiti; ovunque si implorò il soccorso della santissima Vergine e dei Santi; in ogni città e villaggio si elevarono pubblici voti con costruzioni di nuove chiese, cappelle ed altari, per intercedere l’immunità e la guarigione dalla peste, o per ringraziare della sua fine. Pertanto, scongiurato il pericolo di quella orribile e mortale epidemia e come segno di gratitudine verso il Cielo, tra il 1658 e il 1672 i Casapullesi eressero nella propria chiesa parrocchiale due nuovi altari: uno in onore di S. Anna e l’altro dei Santi Sebastiano e Rocco di Montpellier.

La Confraternita del Monte dei Morti, ormai destinataria e amministratrice di continui e cospicui lasciti alcuni dei quali elargiti proprio al tempo della peste del 1656, fino a dover farsi carico della celebrazione di ben 469 Messe annuali in suffragio dei defunti, optava intanto per nuovi progetti, quali la rimozione dell’altare di S.Maria delle Grazie dal sito originario e la costruzione di una nuova, grande cappella in luogo più conveniente. Questo fu individuato, sempre nella navata laterale di sinistra, in un posto dove una porzione del retrostante giardino parrocchiale si prestava più facilmente ad essere alienata allo scopo, e precisamente alle spalle dell’altare della Madonna del Carmine edificato a sua volta nel 1612. Così, traslocato l’altare del Carmine nel sito di quello della Madonna delle Grazie, fu avviata la fabbrica dell’attuale cappella del Monte dei Morti, ultimata a spese e a devozione del popolo casapullese nel 1692; l’opera fu completata nel 1710 con un’ampia cappella cimiteriale sotterranea chiamata comunemente la Terra Santa. Per completezza d’informazione si rammenta che, quando nel 1950 fu edificata la cappella-santuario di S.Elpidio, l’altare della Madonna del Carmine fu traslocato dove si trova attualmente, e cioè al posto di quello dedicato a S. Eufemia che fu soppresso del tutto.
La cappella del Monte dei Morti è un pregevole esempio di edifici sacri innalzati nel più puro ed elegante stile barocco, in cui marmi, stucchi e pitture gareggiano in bellezza artistica e stupenda armonia; un esempio analogo, nel territorio dell’arcidiocesi di Capua, pare che possa riscontrarsi soltanto nella cappella della Redenzione o della Morte nel duomo di Santa Maria Capua Vetere. Maestosa la vollero i Casapullesi, per antichissima tradizione molto generosi quando sono chiamati a contribuire con il denaro per conservare il decoro ed accrescere la magnificenza della propria chiesa parrocchiale, riponendo per altro la loro incondizionata fiducia in coloro che avrebbero amministrato l’opera seguendone l’esecuzione con coscienziosa e cristiana scrupolosità, ossia i Confratelli del Monte dei Morti, forniti di qualità individuali e di competenza anche nell’arte, essendo tutti persone colte e di nobili origini.
Il sacro edificio ha pianta a croce greca; significa che in esso la navata e il transetto intersecandosi hanno uguale lunghezza; inoltre, i pronunciati stucchi decorativi per la maggior parte fanno da cornice ad un ciclo di affreschi che costituisce la principale ricchezza di tutto l’interno. Nel 1701 la Confraternita del Monte commissionò le pitture a Tommaso Giaquinto (1661-1717), un artista della scuola del celebre Luca Giordano (1632-1705) nativo di Montoro Superiore in provincia di Avellino, ma vissuto ed operante tra Napoli, Sant’Agata dei Goti e Moiano (Benevento) e morto a soli 56 anni.
E’ accertato che la presenza del Giaquinto a Casapulla, nel primo anno del Settecento, sia stata una pausa nel suo soggiorno a Sant’Agata dei Goti, e a proposito delle sue pitture in questa cappella, che recando con l’anno anche la firma dell’autore sono per giunta definite “le più antiche delle sue opere note” (Mario Rotili, Tommaso Giaquinto ritrovato, in Studi di storia dell’arte in onore di Valerio Mariani, Libreria Scientifica Editrice, Napoli, p. 212), è stato scritto che “vi traspare il gusto tardo-manieristico nell’accentuazione di convenzionali temi pietistici e devozionali, che fanno partecipe il Giaquinto, seppur in un’ottica provinciale, didascalica e popolaresca, di quella temperie culturale che, in artisti come Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745) e Giacomo del Po (1652-1726), si proponeva la rilettura di modelli della pittura di fine Cinquecento alla luce di nuovi e aggiornati linguaggi figurativi. La monumentalità salda e compatta delle forme, dove il colore rimane bloccato entro i contorni di un diligente disegno, le nubi che perdono ogni caratteristica atmosferica per assumere una solidità quasi rocciosa, rimandano alle coeve opere di Francesco Solimena (1657-1747), intrise di una luce lanfranchiana, mescolata a citazioni da Giordano e da Mattia Preti (1613-1699). Con inconsueta iconografia Giaquinto svolse a Casapulla il tema della morte e della redenzione, con freschezza di accenti e una capacità narrativa ricca di inventiva, inserendo il soggetto dei Quattro Continenti, che lo stesso Luca Giordano aveva già trattato sulla scorta di analoghi esempi francesi” (Umberto Bile, Il “colorito” e il “disegno”: la pittura di Tommaso Giaquinto, in Tommaso Giaquinto “ritrovato”. Un itinerario pittorico in Valle Caudina, ed. Electa, Napoli 1993, p.26).
Il Giaquinto nella cappella del Monte dei Morti di Casapulla dislocò le sue pitture nelle volte della navata, nella cupola e negli archi del transetto; esse raffigurano angeli, personaggi biblici ed allegorici, scene della vita terrena ed escatologica; tutte, unite da un solo filo conduttore, nell’abbellire artisticamente l’interno del luogo sacro concorrono non solo a rendere magnifico e accettabile umanamente il trionfo della morte, ma servono ad esaltare il vincolo che unisce la vita cristiana all’eternità attraverso la partecipazione all’Eucaristia, le fede nella santissima Trinità, la devozione verso la Vergine Maria, gli Angeli e il Santo Patrono, e non ultima la comunione con le Anime del Purgatorio; e insieme contribuiscono a far superare al fedele cristiano la inquietante suggestione che potrebbe derivargli, ad esempio, dalla visione dal teschio e dal candelabro riverso e spento disegnati al centro dell’arco d’ingresso, simboli della vita umana che va incontro ad una inesorabile fine, e dalla lettura della scritta: SIC TRANSIT GLORIA MUNDI (Così passa la gloria del mondo).
Infine, tutta l’arte contenuta nella cappella, che mirabilmente è orientata a sopire il terrore della morte, converge verso la parete absidale dove troneggia, in una sontuosa cornice intagliata in marmi policromi, una tela raffigurante la Madonna delle Grazie. Probabilmente il dipinto è lo stesso che faceva da pala per l’originario altare del Monte dei Morti, di cui fanno cenno gli atti di una visita pastorale del 1635; un’opera pittorica di grande significato devozionale, e importante per la molteplicità delle immagini in esso raccolte. Vi si individuano oltre quaranta figure raggruppate in tre scene. In quella superiore si vede la santissima Vergine con il Bambino seduta su un trono di nubi e circondata da piccoli angeli, di cui due reggono sospesa sul suo capo la corona regale, mentre ai suoi lati due angeli in sembianze giovanili elevano verso il Paradiso due Anime appena prelevate dal Purgatorio; nella scena centrale altri due angeli a figura intera aiutano due Anime ad uscire dalle fiamme del Purgatorio; dalle loro vesti è facile riconoscere in essi l’arcangelo Michele a sinistra di chi guarda, che porta in mano anche la bandiera della vittoria con il vessillo della croce di Cristo, e l’arcangelo S.Raffaele, l’Angelo Custode per antonomasia, che con l’indice della mano destra invita a contemplare la Beata Vergine; nella scena inferiore le Anime immerse nel fuoco del Purgatorio implorano con dolore il soccorso divino. Ulteriori particolari del quadro vanno posti in evidenza. Gesù, ritratto nelle sembianze di un dolcissimo infante, è aggrappato con entrambe le mani ad una mammella della Madre, pronto a nutrirsi del suo latte vitale; la Madonna, con il volto della più tenera fra le madri, rivolge il suo sguardo pietoso alle Anime dei cristiani defunti che penano tra le sofferenze della purificazione, mentre con la mano destra preme l’altro suo seno nell’intento di farne uscire latte che è simbolo delle grazie celesti da elargire a quanti soffrono nel Purgatorio.
Può essere ritenuta molto giusta ed attinente l’interpretazione di questa meravigliosa immagine data dal sacerdote casapullese don Benedetto Natale (1678-1752), nel 1726 uno dei governatori della Confraternita del Monte dei Morti; il quale in un inventario dell’epoca annotava: “Questa cappella tiene un bellissimo quadro con l’effigie della Beatissima Vergine in atto di premere le poppe per dar suffragio all’anime del purgatorio, quali sono dipinte di sotto”. La tela contiene inoltre un dettaglio per nulla marginale. Due Anime del Purgatorio, raffigurate in primo piano nelle sembianze di una giovane donna l’una, e di un uomo canuto l’altra, con invito a leggerle portano nelle mani due piccoli rotoli con due scritte; una dice: PIETA’, PIETA’ DI NOI; e l’altra: CHE QUEL CHE FATE A NOI RITORNA A VOI. Parole travolgenti, che richiamano i fedeli cristiani al dovere della preghiera e delle buone opere da compiere in suffragio dei defunti.
In conclusione il ciclo pittorico di Tommaso Giaquinto, nella cappella del Monte dei Morti di Casapulla, si inserisce in quella produzione artistico-religiosa definita biblia pauperum (la bibbia dei poveri), che ebbe inizio già nei primi secoli della Chiesa. La quale si servì proprio dell’arte, nella sua triplice espressione nell’architettura, nella pittura e nella scultura, per catechizzare il popolo, generalmente privo di cultura o di dottrina religiosa. Così i fedeli cristiani, entrando in chiesa per prendere parte ai sacri riti, attraverso ad esempio le pitture, potevano essere ammessi ad una più profonda conoscenza del mistero celebrato e della fede professata.

Felice Provvisto



Immagini e Didascalie



ARCO D'INGRESSO









Al centro:
1. Allegoria della Morte.
Il candelabro riverso e spento con il lucignolo del cero ancora fumigante, collocato dinanzi al teschio, è il simbolo della caducità della vita umana e della sua fine sempre imminente. La locuzione Sic transit gloria mundi (Così passa la gloria del mondo) è ripresa dalla Imitazione di Cristo, la celebre opera spirituale di Tommaso da Kempis (1379-1471).








A destra:
2. Allegoria delle Opere di Misericordia.
La figura femminile ritratta nell’atto di premersi un seno per far dono del suo latte, con evidente riferimento alla giovane donna che nutre al suo seno un vecchio nelle Sette Opere di Misericordia dipinte dal Caravaggio (1571-1610) per il Pio Monte della Misericordia di Napoli, significa la fattiva carità verso il prossimo, mediante la quale è assicurato a tutta l’umanità quel giusto benessere che è alla base della pace nel mondo, simboleggiata a sua volta dalla corona d’ulivo che cinge il capo della donna. Il corvo richiama perciò alla Provvidenza, che Dio elargisce agli uomini richiedendo in cambio l’amore solidale per il prossimo. La scritta Pietà de figli verso il patre, l’unica che si legge in italiano in questi affreschi, trova ancora riscontro nella citata opera del Caravaggio.








A sinistra:
3. Allegoria del Bene.
La figura femminile significa appunto il bene che gli uomini sono chiamati a compiere nel corso della loro vita; ciò deve impegnarli sempre e tenerli in continua azione; lo dimostra l’atto della donna di alzare un lembo della sopravveste per facilitare il movimento nel cammino. Il possente chiodo che essa ostenta con la mano destra è in rapporto con la locuzione Clavo trabali figere beneficium (Fissare saldamente il beneficio con un chiodo da trave) tratta dal quinto libro del Contro Caio Verre di Cicerone. Sicchè il bene, l’unica potenza che può reggere il mondo rappresentata perciò dal leone e dall’aquila simboli della forza terrena e celeste, è davvero ciò che nella memoria permane immortale, e pegno della certezza del premio della gloria eterna significato dalla corona di alloro che cinge il capo della donna.




Sopra l’arco d’ingresso all’interno della cappella:
4. La risurrezione di Lazzaro.
E’ l’unica scena del Nuovo Testamento presente in questo ciclo pittorico, con chiarissimo richiamo alla risurrezione in Cristo destino ultimo dell’umanità alla fine dei tempi. Al centro di essa sono posti i due personaggi principali: Gesù nell’atto di compiere il miracolo, e Lazzaro, ritornato alla vita, nell’atto di uscire dal sepolcro; le figure dietro il Signore sono quelle di cinque dei suoi apostoli, tra cui si notano in primo piano Pietro e Giovanni, l’evangelista autore del racconto di questo fatto straordinario; dietro il miracolato si vedono le sue sorelle Marta e Maria ed altri quattro personaggi, rappresentanti della folla accorsa e presente all’avvenimento, che mostrano paura e stupore nell’assistere al miracolo.


VOLTA DEL VESTIBOLO







Al centro:
5. L’Angelo del Giudizio.
La figura celeste, dallo sguardo marcatamente severo, è ritratta nell’atto di dar fiato alla tromba, la cui campana ha l’aspetto della testa di un drago, simbolo della tragicità del giudizio divino cui sono soggetti soprattutto i figli del male. L’apostolo Paolo a proposito scrive: “Il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore” (Prima lettera ai Tessalonicesi 4, 16-17).





Nelle quattro vele di seguito:
6. Allegoria della morte dell’Europa.
La figura dell’uomo nelle sembianze di un cadavere in decomposizione ma in attesa di essere giudicato da Dio, cinto il capo di una corona regale e nell’atto di appoggiarsi con un braccio alla cupola di un tempio sacro, è la rappresentazione dell’antico continente culla dei vari impèri e del Cristianesimo. Il libro chiuso è il simbolo della vita terrena che finisce con la morte; su di esso è appollaiata una civetta, l’uccello notturno ritenuto dalla tradizione popolare premonitore di nefaste sciagure, ma anche immagine biblica della sofferenza umana e della vendetta divina, come si legge nel libro del profeta Isaia: “Poiché è il giorno della vendetta del Signore. La terra diventerà pece ardente; per tutte le generazioni resterà deserta, mai più alcuno vi passerà. Ne prenderanno possesso il pellicano e il riccio, la civetta e il corvo vi faranno dimora. Il Signore stenderà su di essa la corda della solitudine e la livella del vuoto” (34, 8-11).










7. Allegoria della morte dell’Asia.
La figura dell’uomo in sembianze simili al precedente rappresenta l’altro antico continente del mondo, come dimostra il turibolo fumigante di incenso, la speciale gommaresina prodotta soprattutto nell’Oriente asiatico, che si usa bruciare per offrire a Dio il culto di adorazione.









8. Allegoria della morte dell’Africa.
La figura nelle sembianze di un uomo di pelle scura, caratteristica appunto degli abitanti del continente africano, reca in mano uno scorpione, mentre ai suoi piedi si osservano un serpente e delle lingue di fuoco, tutti simboli del deserto e del caldo torrido di quella terra che nell’antichità maggiormente si ponevano in risalto.










9. Allegoria della morte dell’America.
Ai piedi della figura umana soggetta allo sfacelo della morte, molto simile alle prime due, si nota la testa recisa di un indigeno trapassata da un lato all’altro da una freccia, quasi sicuramente simbolo dei tragici effetti della colonizzazione americana ad opera degli europei a partire dalla fine del XV secolo.






Nella lunetta destra della volta del vestibolo guardando all’interno della cappella:
10. Il profeta Isaia.
Nato intorno al 765 a.C. esercitò la sua attività fra il 740 e il 701 a.C., sotto i re d’Israele Acaz ed Ezechia. Vicino al potere regale, partecipò attivamente alla vita politica, e morì probabilmente martire al tempo dell’empio re Manasse. Isaia fu un grande scrittore e un grande poeta. I temi a lui cari sono la maestà di Dio, la totale fiducia che Egli pretende (anche in campo politico), la denuncia delle ingiustizie e la speranza del futuro. E’ il profeta del Messia, cioè del Cristo, di cui traccia l’immagine dalla sua nascita fino alla sua sofferenza e morte. L’illustre personaggio biblico, il primo dei profeti maggiori, seduto su un podio di pietra sostiene con le mani una tavola sulla quale si leggono i versetti 10-11 del capitolo 58 del suo libro che dicono: “Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà la tua luce e ti guiderà sempre il Signore”.






Nella lunetta sinistra della volta del vestibolo guardando all’interno della cappella:
11. Il profeta Abdìa.
Nulla si conosce della storia di questo personaggio biblico; a parte che ha lasciato uno dei più brevi tra i testi profetici, collocabile al tempo della distruzione di Gerusalemme per mano dei Babilonesi (586 a.C.). Abdia, appartenente al gruppo dei profeti minori, è qui raffigurato seduto come Isaia su un podio di pietra, mentre sostiene con un braccio una tavola sulla quale si legge il versetto 15 dell’unico capitolo del suo libro che dice: “Poiché è vicino il giorno del Signore contro tutte le genti. Come hai fatto tu, così a te sarà fatto”.





PRIMO ARCO DELLA NAVATA PARTENDO DALL’INGRESSO










Al centro:
12. Allegoria della morte dei Vescovi.
Sul libro chiuso, simbolo della fine del corso della vita terrena, è adagiato il teschio con le tibie incrociate, classico esempio della morte; esso coperto è dalla mitria, il tradizionale copricapo usato dai vescovi nelle celebrazioni liturgiche.










A destra:
13. Allegoria della Pace.
La figura femminile è rappresentata nell’atto di elevare al cielo un ramo di ulivo, universalmente simbolo della pace, che tiene nella mano destra, mentre con il piede sinistro calpesta in segno di disprezzo un’armatura militare; il tutto in sintonia con la scritta che tradotta in italiano dice: “Distruggerò l’arco, lo scudo, la spada e la guerra”.






A sinistra:
14. Allegoria della Sofferenza.
La figura femminile è ritratta con la Croce di Cristo, simbolo per antonomasia sia della fede che della sofferenza umana, e prima ancora strumento di salvezza dopo che il Figlio di Dio volontariamente vi si fece inchiodare per redimere il mondo; ai piedi della donna giacciono i cadaveri senza vita di un adulto e di un bambino, i quali, considerate le ferite sanguinanti che li contrassegnano, rappresentano senza ombra di dubbio coloro che, come i martiri, danno la vita per la fede cristiana. Attinente è la scritta che dice: “Nella misura in cui sarete partecipi delle sofferenze lo sarete anche delle consolazione”, chiaro adattamento delle parole dell’apostolo Paolo: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Lettera ai Romani 8, 16-17).


ARCO DEL TRANSETTO A DESTRA











Al centro:
15. Allegoria della morte dei Cardinali.
Sul libro chiuso, simbolo della fine del corso della vita terrena, e su due tibie incrociate è adagiato il teschio coperto con un galero rosso, l’antico cappello cardinalizio ornato di fiocchi.







A destra:
16. Allegoria della Giustizia.
La figura femminile ha nelle mani i simboli per antonomasia della giustizia che sono la spada e la bilancia, mentre alle sue spalle satana, causa dell’odio e delle ingiustizie umane, si nasconde arreso e sconfitto dinanzi all’intervento benefico di Dio nella storia umana, come rammentano le parole del Magnificat cantato dalla Vergine Maria, di cui un verso compone la sottostante scritta: “Ha ricolmato di beni gli affamati” (Vangelo di Luca 1, 53).









A sinistra:
17. Allegoria del Dolore.
La figura femminile è ritratta con lo sguardo rivolto al Cielo, mentre dal suo volto traspare la sofferenza patita per le pene della vita terrena, secondo le parole di S. Agostino riportate alla sua base: “Il dolore presente genera una gioia eterna”.





ARCO DEL TRANSETTO A SINISTRA










Al centro:
18. Allegoria della morte dei Regnanti.
Sul libro chiuso, simbolo della fine del corso della vita terrena, è adagiato il solito teschio; la corona di traverso, e lo scettro regale che sostituisce una delle due immancabili tibie incrociate, significano che con la morte ha termine qualsiasi potere umano.










A destra:
19. Allegoria della Mansuetudine.
La figura femminile che teneramente tiene in braccio un agnello, il classico simbolo della mitezza, rappresenta appunto la mansuetudine secondo il detto evangelico di Gesù Cristo, ripreso dal salmo 37, che si legge ai piedi della donna: “(Beati) i miti (perché) erediteranno la terra” (Salmo 37, 11; Vangelo di Matteo 5, 5).









A sinistra:
20. Allegoria della Povertà.
La figura femminile, ricoperta di una veste lacera che pone in evidenza anche una piaga sul corpo, conseguenza di una vita terrena condotta nella più estrema miseria, significativamente rivolge il suo viso compiaciuto e sorridente verso il Cielo, dal quale è sicura che le verrà l’aiuto necessario. La scritta sottostante riferisce un detto di S.Agostino, secondo cui La povertà è garanzia dell’acquisto del regno dei Cieli, trasposizione dell’altro detto evangelico di Gesù Cristo: “Beati i poveri (in spirito), perché di essi è il regno dei cieli” (Vangelo di Matteo 5, 3).


ARCO TRIONFALE O SECONDO ARCO DELLA NAVATA PRESSO L’ALTARE








Al centro:
21. Allegoria della morte dei Papi.
Qui il teschio, adagiato consuetamente sul libro chiuso, simbolo della fine del corso della vita terrena, e sulle ricorrenti tibie incrociate, a differenza degli altri è presentato frontalmente, mentre calza a perfezione la tiara, l’antico copricapo dei pontefici; ciò significa che questi hanno un potere non umano ma spirituale, che dura oltre la morte; lo dimostra anche la retrostante croce pontificia ritratta in posizione quasi eretta e pronta ancora all’uso.









A destra:
22. Allegoria della Carità.
La figura femminile è ritratta nell’atto di sfamare con il pane due poveri pargoli, dei quali uno è amorevolmente tenuto in braccio da lei e l’altro le è davanti in piedi. La notissima scena, riscontrabile nell’antichità in tutti i luoghi ed istituti di beneficenza, è commentata da alcune attinenti parole di San Girolamo: “E’ impossibile che l’azione di un uomo caritatevole non serva a placare l’ira divina”.







A sinistra:
23. Allegoria della Purezza.
La figura femminile è presentata con le braccia conserte mentre tiene nella mano sinistra un cuore grondante sangue. Biblicamente il cuore è simbolo dell’uomo interiore, ossia dell’anima e dello spirito, come dimostra l’evidente atteggiamento di raccoglimento che assume la donna. La quale, per giunta, è raffigurata nell’atto di versare sul cuore le sue lacrime, che sono quelle del pentimento e della richiesta di perdono per i peccati commessi. Si tratta del cammino di conversione che ogni uomo della terra è chiamato ad intraprendere sull’esempio del re Davide, di cui la sottostante scritta riporta un verso del celebre salmo 62, attribuito proprio al celebre personaggio dell’Antico Testamento: “Di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne” (Salmo 62, 2).



VELE SOPRA I PILASTRI DELLA CUPOLA AI LATI DEL PRIMO ARCO DELLA NAVATA







A sinistra:
24. Il patriarca Giobbe.
Tra i più noti personaggi dell’Antico Testamento, Giobbe era un uomo pio e giusto che viveva ricco e felice. Ma Dio permise a satana (l’accusatore, l’avversario) di mettere alla prova la sua fedeltà. Perciò Giobbe perse tutti i suoi figli, gli armenti, e lui stesso fu colpito da piaghe maligne che gli ricoprirono il corpo. Egli sopportò ogni tormento senza mai perdere la fede, proclamando la propria innocenza di fronte agli amici che con insistente perfidia lo volevano indurre a confessare i suoi peccati, a causa dei quali egli sarebbe stato ridotto in estrema miseria. Alla fine Dio, sondata la sua incrollabile fede, restituì a Giobbe ogni cosa perduta e lo colmò di ogni bene. Giobbe è l’immagine tipica dell’uomo innocente, sofferente, fedele e paziente. Qui è appunto ritratto disteso sulla stuoia del suo dolore e della sua miseria, ma proteso verso il Cielo da dove egli attende la ricompensa divina. Sono presenti accanto alla sua figura anche due puttini, dei quali uno è assorto in preghiera, e l’altro sostiene una tavola con la scritta di un verso del libro biblico intitolato allo stesso patriarca: “Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici” (Libro di Giobbe 19, 21).






A destra:
25. Il re Davide.
Figlio di Iesse e antenato di Gesù, questi fu re d’Israele dal 1010 al 970 circa a.C. Prescelto direttamente da Dio a succedere al re Saul, come evidente segno profetico ebbe l’unzione regale in Betlemme, dove sarebbe nato il Messia-Re, cioè il Cristo. Celebre per aver difeso il suo popolo dall’esercito dei Filistei uccidendo con un solo colpo di fionda il gigante Golia. Rese il regno d’Israele più esteso e potente, e scelse per sua capitale la città di Gerusalemme dove insediò l’Arca dell’Alleanza. Diede un’impronta definitiva alla regalità, tanto che il trono d’Israele dopo di lui fu chiamato trono di Davide, espressione che ricorre nel racconto evangelico dell’annuncio della nascita di Gesù, fatto dall’Angelo a Maria; dove per altro questo re viene chiamato padre del Figlio dell’Altissimo (Vangelo di Luca 1, 32). Infatti Davide è l’immagine più eccellente del Messia-Re, tanto che Gesù, entrando trionfalmente in Gerusalemme per portarvi a compimento il suo mistero di Passione, Morte e Risurrezione, fu acclamato dalla folla al grido di: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!” (Vangelo di Matteo 21, 9). Il re Davide fu poeta, musicista, autore di 73 dei 150 salmi biblici, ed è figura dell’uomo coraggioso, magnanimo e devoto. Qui è raffigurato con la corona sul capo e con le sontuose vesti regali, intento a suonare l’arpa inneggiando a Dio. Al suo fianco un puttino regge la tavola con la scritta che dice: “Solo in Dio riposa l’anima mia; da lui la mia salvezza” (Salmo 62, 2).


VELE SOPRA I PILASTRI DELLA CUPOLA AI LATI DELL’ARCO TRIONFALE O SECONDO ARCO DELLA NAVATA









A destra:
26. Il profeta Geremia.
Nato intorno al 650 a.C. in una famiglia di sacerdoti di Anatot, villaggio nei pressi di Gerusalemme, Geremia esercitò il suo ministero fra il 627 e il 587 a.C., durante uno dei periodi più bui della storia d’Israele. Vide l’arrivo dei Babilonesi, la distruzione di Gerusalemme, l’incendio del Tempio, la deportazione in Babilonia; assistette, insomma, all’annientamento di ogni simbolo religioso e di ogni speranza d’Israele. Anche la vita privata di questo profeta fu segnata dalla sofferenza, come testimonia il suo libro, ricco di accenti toccanti. Geremia condannò l’idolatria e la corruzione morale; denunciò metaforicamente le false sicurezze: il tempio, il culto, la circoncisione; e annunciò la catastrofe. Perseguitato e arrestato a causa del suo messaggio, che non piaceva ai potenti, venne incarcerato e malmenato. Aiutato dallo scriba Baruc, trasmise la sua parola per iscritto, ribadendo le proprie lagnanze, il proprio disgusto, e riaffermando la sua fedeltà a Dio. Dopo la caduta di Gerusalemme nel 587, Geremia venne deportato in Egitto, dove scrisse i suoi ultimi oracoli. Qui il profeta è raffigurato assorto nei suoi pensieri, e affiancato da due puttini, uno orante, e l’altro che lo aiuta a reggere una tavola con la scritta di un verso che si riferisce a Gerusalemme devastata dai Babilonesi, tratto dal primo capitolo delle Lamentazioni che gli furono erroneamente attribuite: “Nessuno le reca conforto, fra tutti i suoi amanti” (Libro delle Lamentazioni 1, 2).








A sinistra:
27. Il profeta Daniele.
La Bibbia presenta Davide come un giovane giudeo deportato alla corte di Babilonia al tempo dei re Nabucodonosor, Baldassar, Dario e Ciro. Dotato del dono della chiaroveggenza, sapeva interpretare i sogni e le visioni. Invidiato dai grandi del regno, fu gettato nella fossa dei leoni, ma ne uscì sano e salvo, ricevendo molti onori. La sua carriera ricorda quella di Giuseppe figlio di Giacobbe alla corte del faraone. Le visioni di Daniele vengono riprese nel libro dell’Apocalisse. Qui il profeta è ritratto appunto nelle sembianze di un giovane assorto nella contemplazione del Cielo, mentre regge una tavola con la scritta di un verso del suo libro; ai suoi piedi i leoni della citata fossa in cui fu gettato, e ai lati un puttino e una cesta contenente alcune stoviglie, che richiamano il sacrilego banchetto di Baldassar, durante il quale il profeta diede spiegazione di una delle più celebri visioni avute dallo stesso re. Il versetto sulla tavola dice: “(Dio), ti sei ricordato di me e non hai abbandonato coloro che ti amano” (Libro di Daniele 14, 38).


I QUATTRO MEDAGLIONI DELLA CUPOLA









In corrispondenza dell’arco del transetto a sinistra:
28. La Celebrazione della Messa di Requiem.
A partire dalle sue origini la Chiesa crede alla potenza che la Celebrazione Eucaristica ha nel suffragio delle anime dei defunti e nella loro liberazione dalle pene del Purgatorio. Il Concilio di Trento aveva per altro stabilito che i testi liturgici delle Messe dei defunti, da quelle del 2 novembre a quelle del giorno della morte e dell’anniversario, compresa la Messa quotidiana, al canto d’ingresso iniziassero tutte con la notissima preghiera: Requiem aetérnam dona eis, Dòmine: et lux perpétua lùceat eis (L’eterno riposo dona loro, o Signore: e splenda ad essi la luce perpetua), unita ai versetti 2-3 del Salmo 65: “Te decet hynnus, Deus, in Sion; et tibi reddétur votum in Jerùsalem. Exàudi oratiònem meam: ad te omnis caro véniet” (A te si deve lode, o Dio, in Sion; a te si sciolga il voto in Gerusalemme. A te, che ascolti la preghiera, viene ogni mortale). Nella scena la Messa è ritratta al momento culminante quando, dopo le parole della consacrazione: Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi, il sacerdote celebrante eleva in alto l’Ostia santa mostrandola ai fedeli per l’atto di adorazione, e il chierico in ginocchio suona il campanello. Alla Messa partecipano i fedeli cristiani, tra cui un vecchio ammalato, per il quale la celebrazione è sollievo nelle sofferenze. L’altare, segno di unione tra la terra e il cielo per il mistero salvifico che vi si compie, è circondato da Angeli, di cui uno regge la tiara pontificia, simbolo del potere di salvezza concesso da Gesù Cristo alla Chiesa. La scena si completa con un Angelo che intanto estrae le Anime dalle fiamme del Purgatorio per portarle in Paradiso.








In corrispondenza del primo arco della navata:
29. La Carità di S. Martino.
Nell’arte cristiana l’icona che comunemente sintetizza tutte le opere di misericordia corporale è quella del Vestire gli ignudi, in analogia con il celeberrimo gesto compiuto da S. Martino di Tours (ca. 317-397) della divisione del suo mantello (la clamide militare) con il povero. Infatti nella vita di questo famoso Santo si narra che, dopo aver fatto dono di una parte della sua veste a ad un misero bisognoso quando non era ancora del tutto convertito al Cristianesimo, egli vide in sogno Gesù Cristo rivestito del suo abito, che gli disse: “Martino, ancora non battezzato, mi hai coperto con questo mantello”. S. Martino, pur senza saperlo, con quel suo atto di generosità aveva realizzato la parola del Signore: “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Vangelo di Matteo 25, 40). Nella scena il Santo è appunto raffigurato a cavallo con l’armatura di soldato dell’esercito dell’imperatore Costantino, come vorrebbe la tradizione, mentre fa dono della sua carità ai poveri che incontra sulla strada. In alto due Angeli sorreggono la clamide donata da S. Martino quale simbolo della carità cristiana, pegno indispensabile della salvezza eterna.








In corrispondenza dell’arco del transetto a destra:
30. L’intercessione di S. Nicola da Tolentino.
Non poteva mancare nel ciclo pittorico del Giaquinto, che immortala nell’arte iconografica la morte, il giudizio universale e il culto dei defunti, l’immagine di S. Nicola da Tolentino, il religioso agostiniano vissuto tra il 1245 e il 1305, canonizzato nel 1446. Nella storia della vita di questo Santo, caratterizzata dalla penitenza, dalla cura delle anime e da ininterrotti atti di carità a beneficio dei poveri, si legge fra l’altro delle sue visioni delle Anime del Purgatorio e del suo efficace suffragio per esse, soprattutto durante il suo soggiorno a Valmanente di Pesaro. Perciò nella scena il Santo viene raffigurato nella gloria del Paradiso circondato dagli Angeli, nell’atto di intercedere la liberazione delle Anime dalle pene del Purgatorio.








In corrispondenza dell’arco trionfale o secondo arco della navata:
31. La Gloria del Paradiso.
Dato il suo soggetto artistico, e prima ancora le figure che contiene, questa è la scena verso la quale converge l’intera trama del ciclo pittorico della cappella; perciò non a caso è collocata visibilmente di fronte all’ingresso e al di sopra della volta del presbiterio, sotto la quale si trova l’altare; è infatti la scena che più delle altre i fedeli cristiani partecipanti alle sacre celebrazioni sono chiamati ad ammirare. Nella parte superiore si vede il Cristo Giudice, seduto sulle nubi del cielo, circondato dagli Angeli e con accanto il globo terrestre sul quale egli pianta lo scettro della sua regalità eterna ed universale. Nel libro dell’Apocalisse si legge: “Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (1, 5. 7-8). Poi è Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, a dire di sé: “Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli” (24, 30-31). Ed ancora, alla domanda rivoltagli da Pilato se egli è davvero il Cristo, il Figlio di Dio, Gesù risponde: “Tu l’hai detto, anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo” (Vangelo di Matteo 26, 64). Al di sopra della figura del Cristo, in un’aureola di luce e circondata anch’essa da Angeli, è collocata la bianca colomba dello Spirito Santo. Nella parte inferiore, a sinistra della scena ma alla destra del Figlio, è seduta sulle nubi della gloria la santissima Vergine, con lo sguardo rivolto al Signore in atteggiamento di preghiera per l’umanità; dall’altro lato il patrono S. Elpidio con entrambe le mani presenta al Cristo il popolo dei fedeli Casapullesi implorando per esso la misericordia divina.


LE QUATTRO SCENE MINORI DELLA CUPOLA






In corrispondenza della vela con il profeta Daniele:
32. La forza della Preghiera.
L’uomo, che dorme serenamente con la corona del rosario in mano, è allegoria dell’anima pia e fedele, che non può temere la paura e il danno della morte; questa è sì in agguato alla sua porta, ma messa sull’attenti da un coraggioso giovinetto con l’archibugio spianato. Nella scena è contenuto un evidente richiamo alla parola dell’apostolo Paolo: “Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui” (Prima Lettera ai Tessalonicesi 5, 9-10).





In corrispondenza della vela con il re Davide:
33. La protezione della Preghiera.
L’uomo a cavallo, un viandante solitario attraverso il sentiero insidioso di una foresta, non può temere il pericoloso, mortale agguato dei briganti se, come nel suo caso, la sua arma potente è la preghiera, simboleggiata dalla corona del rosario che gli pende dalla mano destra. Allegoricamente rappresentate dagli scheletri che brandiscono archibugi, anche le anime dei defunti vengono in soccorso dell’uomo pio e fedele mettendo in fuga i malintenzionati. Vengono in mente, osservando questa scena e a proposito del cristiano che attraverso la preghiera vive continuamente a contatto con Dio affidandosi al suo aiuto, i versetti di alcuni salmi: “A te, Signore mio Dio, sono rivolti i miei occhi; in te mi rifugio, proteggi la mia via. Preservami dal laccio che mi tendono, dagli agguati dei malfattori. Gli empi cadono insieme nelle loro reti, ma io passerò oltre incolume” (Salmo 141, 8-10). “Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici” (Salmo 18, 2-4). “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere” (Salmo 27, 1-2). “Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, per il tuo nome dirigi i mie passi. Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei tu la mia difesa” (Salmo 31, 4-5).





In corrispondenza della vela con il patriarca Giobbe:
34. La Beneficenza.
Questa scena è in stretta relazione con le Opere di Misericordia, cui si è accennato nel commento alla prima figura allegorica dell’arco d’ingresso e alla Carità di S. Martino. In essa infatti si nota una donna, certamente nobile e benestante come si evince dall’ambiente aristocratico in cui avviene l’azione, che additando le immagini dei suoi antenati in nome dei quali compie il generoso gesto, alla presenza di un notaio raffigurato nell’atto di leggere il rogito della donazione, devolve una somma di denaro, tenuta in mano da un suo servitore alle spalle del pubblico ufficiale, per una giusta causa, quale potrebbe essere la redenzione degli schiavi, come appare dall’immagine a lato. Infatti, la più fruttuosa carità è quella fatta nel nome di Cristo, che ha attribuito a sé l’investitura messianica profetizzata da Isaia:”Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Libro di Isaia 61, 1-2).





In corrispondenza della vela con il profeta Geremia:
35. Il miracolo delle Anime del Purgatorio.
Il giovane uomo rappresentato nell’atto di cadere giù da un ponteggio di legno sfasciatosi, con sullo sfondo le Anime del Purgatorio che pregano per la sua incolumità, si offre a più di una interpretazione. Potrebbe significare l’infortunio sul lavoro in genere, dai cui danni mortali certamente contribuiscono a salvare le Anime oranti dei defunti. E’ anche possibile individuarvi la caduta di un allievo o aiutante del Giaquinto, avvenuta nel corso dei lavori di dipintura delle volte di questa cappella e scampato miracolosamente alla morte; oppure lo stesso artista, se si volessero vedere nella figura le sembianze di un quarantenne, l’età che egli aveva quando eseguì quest’opera.


I QUATTRO PUTTINI DELLA CUPOLA










Rivolti all’altare, partendo dal basso a sinistra e in senso orario:
36. Puttino suonatore di violino.
Si noti come le rappresentazioni dei quattro piccoli angeli siano disposte, all’interno della cupola, in posizioni le più vicine alla figura centrale collocata alla sommità, quella dell’Eterno Padre, servendo appunto a circondarla e a farle onore.






37. Primo puttino cantore.
Nel libro dell’Apocalisse si legge: “Durante la visione intesi voci di molti angeli intorno al trono. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione” (5, 11-12). “Allora tutti gli angeli che stavano davanti al trono, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono adorarono Dio dicendo: Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen” (7, 11-12). “E nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano: Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli” (11, 15). “Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva: Alleluia! Salvezza, gloria e potenza al nostro Dio; perché veri e giusti sono i suoi giudizi. Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria” (19, 1-2. 6-7).









38. Puttino suonatore di flauto.













39. Secondo puttino cantore.







VOLTA DEL CUPOLINO NELLA LANTERNA DELLA CUPOLA









40. L’Eterno Padre.
E’ la figura culminante dell’intero ciclo pittorico di questa cappella, e dato il ruolo fondamentale che essa svolge nella trama del Giudizio Universale qui rappresentato negli affreschi, non poteva che essere collocata nella parte più elevata del sacro edificio, cioè nella volta della lanterna della cupola. L’Eterno Padre completa la sottostante scena della Gloria del Paradiso, e con questa è in stretta relazione, costituendo con il Figlio e con lo Spirito la santissima Trinità. Qui lo si vede, al pari del Figlio, raffigurato secondo i canoni classici dell’arte cristiana intesi ad esprimere i misteri escatologici; cioè assiso su un trono di angeli e di nubi, circonfuso di luce perché Egli stesso è la luce ultraterrena, con accanto il globo terrestre che governa con lo scettro della sua onnipotenza eterna. Molto significativo è il braccio destro elevato in segno di comando, che pone l’Eterno Padre in stretta relazione con l’Angelo del Giudizio nella volta sopra l’ingresso, al quale, come sé già detto egli dà l’ordine di dare principio alla giustizia divina. Si legge infatti nel libro dell’Apocalisse: “Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le loro opere” (20, 11-12). Ma questo potere supremo è dato dall’Eterno Padre al Figlio, raffigurato nella sottostante scena della Gloria proprio nelle vesti di giudice, come si legge nel profeta Daniele: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto” (Libro di Daniele 7, 13-14). Tuttavia la paura della morte comune ad ogni uomo, e il terrore del giudizio individuale ed universale finale, svaniscono di pronte alla sicurezza che infondono le parole dell’apostolo Paolo, con riferimenti alla fede professata, alla grazia santificante e alla missione salvifica di Cristo: “Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E’ lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Lettera ai Colossesi 1, 13-15. 17-20).




Articolo letto: 2425 volte




Ci sono 1 commenti



  alfonso sorbo
scritto il 19-02-2009 16:39:11

splendida ed esemplare iniziativa culturale ! Lode ed onore per gli organizzatori.



 

 

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